lunedì 20 settembre 2010

Gli occhi di un bambino




Leggere queste righe è una cosa che possono fare tutti.
Riuscire a cogliere la serietà di ogni singola affermazione è invece, un privilegio che appartiene a chi sceglie di esaminarsi con gli occhi di un bambino.
Chissà, se lo facessero in tanti, forse vivremmo in un mondo migliore.
Comunque sia stata, nessuno dovrebbe dimenticare la propria infanzia. Nessuno.

“I bambini non temono il pianto:
piangono con spontaneità e non sfuggono ai colpi della vita
poiché amano il colpire e affrontano il rischio di essere colpiti.
E vengono colpiti dalle mani degli adulti,
dalla loro indifferenza,
dalla loro disattenzione mascherata di pazienza,
dall’ottusità delle loro buone intenzioni.
È facile colpire i bambini.

I bambini giudicano senza mai giudicare.
Quel che somiglia a un giudizio è per loro
soltanto un modo per abitare la paura.

I bambini considerano i genitori degli dei:
li temono, ne invidiano l’apparente onnipotenza,
li giustificano sempre,
ne sopportano ogni debolezza.

Non fategli male
la loro anima è l’anima del mondo.”

Maria Rita Parsi
Manifesto del Movimento Bambino


"Se un bambino vive sentendosi criticato, impara a condannare.
Se un bambino vive tra ostilità, impara a colpire.
Se un bambino vive sentendosi messo in ridicolo, impara a sentirsi colpevole.
Se un bambino vive in mezzo alla tolleranza, impara ad essere paziente.
Se un bambino vive essendo incoraggiato, impara ad avere fiducia.
Se un bambino vive sentendosi lodato, impara ad apprezzare.
Se un bambino vive in mezzo alla lealtà, impara ad essere giusto.
Se un bambino vive sentendosi sicuro, impara ad avere fiducia.
Se un bambino vive sentendosi approvato, impara ad essere se stesso.
Se un bambino vive tra accettazione ed amicizia, impara a trovare l'amore nel mondo."

Doret's Law Nolte


"I bambini non dovrebbero mai andare a dormire; si svegliano più vecchi di un giorno."

Johnny Depp
Neverland - Un sogno per la vita

lunedì 30 agosto 2010

Prima di dormire




Cose orribili
momenti esaltanti
ogni raffica di vento che ha soffiato sul viso.

Le persone
e i sogni
e i pregiudizi e i ripensamenti

il sollievo di non aver capito niente
la presunzione di potercela fare da soli
patetica illusione di non aver bisogno di nessuno

La confusione che si prova dopo aver subito un duro colpo
al cuore
al quale non si comanda ma che, arrogante, vuole comandare sempre lui

Stoccolma, neve gialla al tramonto
un'amica che non saprà mai di essere stata tale
la vergogna nascosta, non volevo

Considerato che non ti interessa stare al mio fianco, non mi va che tu mi segua da vicino, ora sparisci. L'ho pensato io per te: la tua strada è un'altra.

Un successo che si preferisce non condividere
Lasciare il proprio impiego per poter tornare a lavorare

Brillante.
Grazie. Pregare.
Prego. La grazia fatta persona.

Frasi sconnesse, verbi, aggettivi e soggetti alla rinfusa, virgole, punti fermi.
E' curioso, più la mente è stanca più si fatica a starle dietro.
Corre veloce e non ha voglia di dare spiegazioni.

Uno squillo, il telefono.
La sveglia suona.
Buona notte.

giovedì 15 luglio 2010

lunedì 12 luglio 2010

Militari senza armi





Giza. الجيزة Al-Gīzah per gli abitanti di questi luoghi.
Per il momento è ancora oggi, 3 luglio 1916 ma domani è alle porte, il sole sta abbandonando esausto questo mondo rassegnandolo agli inquieti sospiri delle brezze notturne.
Scrivo queste righe seduto sulla soglia della mia tenda mentre giovani beduini accendono il fuoco e vecchi mistici senza età guardano interrogativi l'orizzonte arancione, il mento abbandonato in una smorfia sul manico di bastoni nodosi.

Questa tenda è la casa che ho scelto così come la sabbia che la abita è l'ospite che non posso cacciare.
Queste righe contengono segni, parole e lettere indirizzate a ignoti e casuali lettori i quali spero di tutto cuore, trovando questo foglio arrotolato tra le fessure scavate dal tempo e dagli elementi nel granito di questa necropoli, decideranno di affidare loro un senso.
Quello che gli aggrada maggiormente, non importa.
La ricerca di significato è di per sé luce.
Non è come ci hanno raccontato, gli inferi non abitano il sottosuolo, devastano la superficie del nostro mondo e sono là, dove i significati non rivestono importanza alcuna, dove ciò che conta non è capire e non è sentire: dove quello che serve è riuscire a respirare un attimo in più del tuo nemico: l'inferno alberga nei campi di battaglia e giù nelle trincee.

Il mio nome è Patrick Linton Allen, sono un esploratore e sono inglese, sangue nobile, reputazione dubbia. Porto sulle mie spalle la vergogna di aver lasciato il mio posto nell'esercito, la guerra e l'orrore di una famiglia brutalmente dilaniata dai bombardamenti con la speranza di trascorrere ciò che resta della mia vita, piuttosto che a seppellire commilitoni e persone care, a dissotterrare preziosi tesori e testimonianze di mondi ormai perduti.

Continuo a cercare, tre mesi fa attraversando i ghiacci dei fiordi norvegesi, oggi trascinandomi sotto il sole d'Africa.
Vedo, processo con la mente, rielaboro con il cuore quindi scrivo.
Dissemino i miei pensieri, le mie sensazioni nei luoghi che visito, abbandono qui e là brevi note scritte sui fogli strappati da questa agenda senza sapere se qualcuno le leggerà.
Forse è mera vanità, in realtà vorrei che questo fosse il mio modo di contraccambiare a ciò che questi luoghi mi hanno gratuitamente donato:
una speranza.
Ho abbandonato tutto, le mie tenute, le scuderie e la servitù e sono diventato un disertore, un fuggiasco, un infame senza valore e senza dignità.
Non capiscono, accecati non vedono.

In queste ultime settimane ho risalito il fiume prendendo qualche appunto che qui riporto:

Sono le 3 del pomeriggio il sole è ancora alto; fin dove l'occhio giunge nessuna nuvola, solo un ibis attraversa l'azzurro del cielo limpido e si posa sul letto del Fiume, immergendo nervosamente il capo sotto il pelo dell'acqua.
Un vento caldo soffia sul viso abbronzato mentre passo dopo passo, cercando di non affondare nella sabbia incandescente, riesco a raggiungere la sommità della duna.
Ora che la prospettiva prende forma, la vista che mi si offre è unica ed emozionante: quattro statue alte venti metri sorvegliano l'ingresso di una tomba.
Abu Simbel, finalmente: mi rendo conto che le raffigurazioni riportate sui diari di viaggio che avevo consultato prima della mia partenza erano del tutto fuorvianti.
Mancavano i colori e le ombre.
Rapito, incapace di una qualunque reazione che non sia la muta ammirazione, contemplo la pietra gialla attraverso le lenti scure degli occhiali; quando torno in me prendo dallo zaino un'agendina nera dalle pagine del colore di quella pietra e scrivo una breve frase con una matita rossa.

E' qui davanti a me e la riporto su questo foglio, la mi mano trema ancora:
"Non serve l'uniforme, non serve l'odio, non c'è necessità di uccidere. Annientare il prossimo è fuggire da se stessi e non voler accettare che

in verità, le battaglie più grandi si combattono dentro di noi".


Sir Patrick Linton Allen
Esploratore, uomo, campo di battaglia
Militare senza armi

martedì 1 giugno 2010

Invio





"Nonostante l'Araba Fenice sia una creatura mitica partorita da un'umanità ingenua e superstiziosa, sarebbe argomento non soltanto erroneo ma del tutto approssimativo e superficiale volerla identificare quale antiquato vestigio di uomini rozzi e incolti".

E' un giovedì pomeriggio e nelle aule dell'Università i pochi studenti e professori rimasti boccheggiano oppressi dall'afa e dal classico torpore post-prandiale pomeridiano.
Non si può dire lo stesso dell'aula 8E. La dozzina di studenti che la occupa si è disposta sui banchi delle prime file e ascolta con viva attenzione un giovane professore, giacca e jeans, conosciuto per il passo sicuro ed elegante, rinomato presso studenti e colleghi per la sua capacità di tratteggiare la Storia per quello che appare ai romantici, un racconto avvincente denso di colpi di scena e capovolgimenti di fronte.
Peccato però, oggi qualcosa nel suo fare tradisce un'inquietudine sottesa, la sua voce solitamente calda e modulata vibra indecisa e si spegne stanca in corrispondenza delle ultime sillabe.

"Venerata dagli Egizi che la credevano originaria dell'Arabia, terra per loro sconosciuta e misteriosa, l'Araba Fenice si presenta nelle raffigurazioni che la ritraggono come volatile di sgargiante piumaggio e insolite abitudini, ascoltate a tal proposito cosa si legge qui nelle Metamorfosi di Ovidio, elegiaco romano vissuto a cavallo del I secolo avanti Cristo:

“ma vi è un unico uccello, che si rinnova e da sé si rigenera: gli Assiri lo chiamano Fenice; non di frumento né di erbe, bensì vive di lagrime di incenso e di stille di amomo. Quand'esso ha compiuto cinque secoli di vita, con le unghie e con il puro rostro si costruisce un nido fra i rami di un leccio o nella sommità di una flessibile palma. E non appena qui vi ha cosparso spighe di delicato nardo e trito cinnamomo e fulva mirra, sopra vi si adagia e fra gli aromi conclude il suo tempo."
Ora, accostando questa descrizione alle altre delle quali siamo in possesso, scritte da diversi autori nel corso di epoche non troppo distanti tra loro, giungiamo alla parte più significativa della sua vita, la morte; e non si tratta si un banale gioco di parole: l'Araba Fenice, al termine dei 500 anni di cui consta la sua esistenza, arde in un rogo dalle cui ceneri rinasce una nuova fenice in un ciclo perpetuo.
Bene, non vi dirò che questa leggenda corrisponde alla realtà, posso soltanto constatare con voi che essa esiste ancora ed è arrivata a noi attraversando terra, mare e tempo:
raffigurazioni dell'Araba Fenice si trovano oggi ovunque, in Europa, nel Nord Africa, in Oriente, nelle chiese e all'interno di catacombe della cristianità. Nelle piramidi, impresse sulle monete dell'imperatore Adriano. Sue raffigurazioni si trovano in edifici gotici, se ne cantano le gesta e i coinvolgimenti persino nei poemi inglesi fino a che nel 1600 essa diventa l'emblema dei Rosacroce, associazione segreta antesignana della massoneria francese.
E' evidente quindi che la leggenda ha in un certo senso lasciato il posto alla realtà, l'Araba Fenice è davvero immortale e infatti a suo modo esiste ancora.
Ma.
Ma, a meno che non vogliamo credere alla leggenda e affermare come una realtà di fatto la sua esistenza -non sia mai-, dobbiamo chiederci cosa ha reso immortale questo emblema semplice nella definizione e al tempo stesso profondo in quanto a significato.
Dicevamo all'inizio, stiamo parlando di un simbolo che come tale rappresenta un'aspirazione, un oggetto di fede e riflessione per tutti gli uomini a prescindere dall'epoca nella quale vivono: risorgere dalle proprie ceneri, ricomporsi dal nulla nel quale si è scivolati e librarsi nuovamente in volo, adornati di colori energici e vivaci è un'immagine motivante, un'ambizione che accompagna qualsiasi percorso di nobilitazione umana.

Ecco, questa è l'Araba Fenice, il disegno di un'idea, la speranza di risollevare la nostra condizione per quanto disperata sia la situazione nella quale versiamo, in sostanza essa raffigura qualcosa di cui nessun uomo può fare a meno, soprattutto oggi che due pericolosissimi estremi, vergogna e gloria, ci confondono in egual misura... ehm scusate, per oggi concludiamo qui. Pagine 172 a 179 del libro di testo".

Silenzio. Sguardi che seguono l'insegnante che si riavvicina alla cattedra visibilmente turbato. Poi il trillo della campanella che sancisce la fine delle lezioni, qualche discreto accenno di saluto da parte degli studenti dopo di che nell'aula deserta resta soltanto il professore.
Esaminato pensierosamente il display del cellulare, le sue dita scorrono veloci sulla tastiera componendo un breve messaggio di testo: "E' vero, la maggioranza di noi nasce e muore una volta sola. Ma se decidi di ribellarti ai tuoi errori, se ritieni di aspirare a qualcosa di meglio, se davvero desideri rinascere, allora dovrai dimostrarti coraggioso ed essere disposto a morire. Tutte le volte che sarà necessario." Invio.