"Raccontare deliberatamente menzogne ed allo stesso tempo crederci davvero" - George Orwell, 1984
venerdì 23 novembre 2007
Daniel
Daniel, per gli amici Degnol, nome d'arte Daniel Faw, è uno a cui piace scrivere musica. Gli ho chiesto se potevo pubblicare una delle sue creazioni elettroniche. Ha risposto di sì.
Bad Day
Questa è una canzone che ho scritto per esprimere una sorta di rabbia interiore, causata dal mancato raggiungimento di un obiettivo ben preciso. "Bad day" è una pessima giornata, uno di quei momenti in cui ti fermi a riflettere sul passato, sulle scelte che non rifaresti, sullo stato degli affetti e sulle grandi questioni che vorresti risolvere... La sensazione a volte è quella di chi si sente solo, fermo, paralizzato, per così dire in una fase di stallo; si è di fronte a un mondo che continua ad andare avanti istericamente e ci si ritrova lì, a contemplare situazioni difficili che si rivelano per quello che spesso in realtà sono, logica conseguenza delle decisioni prese.
Mettere in discussione la propria capacità di saper stare al mondo, sentirsi in grado di imparare qualcosa anche quando non ci si capisce più niente, ovvero: saper rimanere sotto la pioggia battente senza ombrello ma con la speranza che prima o poi esca il sole.
Io odio Novembre. A Novembre i primi due giorni sono dedicati a che non c'è più. E questo è tutto un dire di ciò che ci aspetta nei restanti 28 giorni. Novembre è inutile, basterebbe aumentare di 15 giorni l'uno i mesi di ottobre e dicembre e nessuno ne sentirebbe la mancanza. A Novembre il clima dà il peggio di sè, è come se ritenendoci responsabili del surriscaldamento globale, volesse vomitarci addosso tutta la sua frustrazione. A Novembre il tempo non è brutto, è triste e c'è una bella differenza tra essere brutto ed essere triste. Quando prendo l'influenza a Novembre il tempo sembra non passare mai e invece di riprendermi in qualche giorno i tempi di degenza sembrano diventare pari a quelli di chi contrae la schistosomiasi. Sì ma non è che lo dica soltanto io, Novembre è il soggetto di una delle più orrorifiche poesie che siano mai state scritte nella storia della letteratura:
Novembre
Gemmea l'aria, il sole così chiaro che tu ricerchi gli albicocchi in fiore, e del prunalbo l'odorino amaro senti nel cuore...
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante di nere trame segnano il sereno, e vuoto il cielo, e cavo al più sonante sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate, odi lontano, da giardini ed orti, di foglie un cader fragile. E' l'estate, fredda, dei morti.
No, non si tratta di Edgar Allan Poe, neanche di Stephen King ma del nostro connazionale Giovanni Pascoli in un momento di riflessione guarda caso nel mese di Novembre. Uau che gioia che ispira questo mese!!
Io sono per l'annichilimento del mese di Novembre, la sua distruzione e definitiva cancellazione dal calendario.
Finalmente una battaglia civile degna di essere combattuta.
Ieri sera. Ieri sera sul treno delle 17:45 si è seduta accanto a me una ragazza. Una ragazza alla quale è squillato il telefono. Parlava con tono distaccato, quasi annoiato.
Lei: "Ciao" Lui: ... Lei: Sto molto bene grazie. Lui: ... Lei: In questo momento sono a casa mia, tranquilla e ben lontana da te. Lui: ... Lei: Il tuo problema è che non capisci l'italiano, ho detto NO ed è NO. Lui: ... Lei: Senti, sai cosa significa NO? Se ho detto no è NO! Lui: ... Lei: Per vari motivi che ben conosci e che non ho più voglia di spiegarti Lui: ... Lei: Non mi piace quello che sei, quello che fai, come ti comporti Lui: ... Lei: E io non sono il tuo tesoro, neanche tu sei il mio Lui: ... Lei: No, no, sei davvero lontano, non hai capito niente, tu non sai nulla di me Lui: ... Lei: Mi dispiace la parola perdono per me non ha significato Lui: ... Lei: Io sono una che non perdona, non so che cosa significhi perdonare Lui: ... Lei: Ti saluto, ciao, se ho voglia ti richiamo io.
Fuori dal finestrino il buio ha definitivamente avvolto la campagna. Rimesso il cellulare nella borsetta, si è messa un paio di occhiali da sole. Poi è scoppiata in lacrime.
Tanti dei problemi che ho avuto in sessantacinque anni di lavoro li devo alla politica. Tutto è cominciato da quando ero un giovane redattore ordinario, poi inviato e direttore. I posti non li ho mai lasciati, mi hanno sempre cacciato, più o meno educatamente, e sempre con grande imbarazzo da parte dell'editore, addirittura con la commozione di alcuni … L'accusa era sempre quella: Biagi è un comunista. Forse deluderò qualcuno e qualcuno, invece, sarà felice: non sono mai stato comunista, sono un vecchio socialista che è stato amico di Nenni e che ha creduto per tutta la vita che una società senza giustizia sociale non può essere una società democratica. Non ho sentito il bisogno di mandare neppure due righe di smentita, mi sembrava una vigliaccheria. In fin dei conti, questa accusa che cosa voleva dire? Che mangiavo i bambini? Che ero contro chi stava al potere? Era una colpa assumere e poi difendere alcuni colleghi che erano iscritti al partito? Io non guardavo in tasca a nessuno, mi interessava la testa di chi lavorava con me. Ed è incredibile che quell'accusa mi abbia accompagnato fino a ottantadue anni quando, ancora una volta, ho pagato per le mie idee. È successo nella primavera del 2002.
Il pomeriggio del 18 aprile, come tutti i giorni, ero nella redazione de II Fatto insieme con i miei collaboratori, quando arrivò quell'agenzia che mi ha cambiato la vita. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, l'imprenditore che tanto aveva fatto e detto per avermi alla sua corte, dalla Bulgaria, durante una conferenza stampa nel World Trade Center di Sofìa, la «Sapiente», guarda l'ironia della geografia, con il Primo ministro Simeone Sassonia Coburgo Gotha, accusò il collega Michele Santoro, il bravissimo comico Daniele Luttazzi e il sottoscritto: «La Rai tornerà a essere una tv pubblica, cioè di tutti, cioè oggettiva, cioè non politica, cioè non partitica e non faziosa come è stata con l'occupazione militare della sinistra. L'uso fatto da Biagi, da quel... come si chiama? ah, Santoro, e da Luttazzi della televisione pubblica pagata con i soldi di tutti è stato un uso criminoso. Preciso dovere di questa nuova dirigenza sia quello di non permettere più che questo avvenga. Ove cambiassero non c'è un problema ad personam, ma siccome non cambieranno...».
I telefoni cominciarono a squillare, tutte le testate cercavano di avere da me un commento, una replica, il nostro fax e la nostra mail furono intasati di messaggi di solidarietà. Ricordo che avevamo appena registrato la puntata della sera, ma con Loris pensammo di sostituirla con la mia risposta al premier. In un primo momento non ero d'accordo, non avevo mai utilizzato per me un programma, ma quello che mi convinse fu la seconda parte del discorso di Berlusconi, quella in cui diceva «Ove cambiassero...».
Gli risposi: «Da Sofia il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non trova di meglio che segnalare tre biechi individui, in ordine alfabetico: Biagi, Luttazzi, Santoro. Quale sarebbe il reato? Stupro, assassinio, rapina, furto, incitamento alla delinquenza, falso e diffamazione? Denunci. Poi il presidente Berlusconi, siccome non prevede nei tre biechi personaggi pentimento e redenzione - pur non avendo niente di personale - lascerebbe intendere, se ho capito bene, che dovrebbero togliere il disturbo. Signor presidente Berlusconi, dia disposizioni di procedere perché la mia età e il senso di rispetto che ho per me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri. Sono ancora convinto che in questa nostra Repubblica ci sia spazio per la libertà di stampa. E ci sia perfino in questa azienda che, essendo proprio di tutti, come lei dice, vorrà sentire tutte le opinioni. Perché questo, Signor Presidente, è il principio della democrazia. Sta scritto, dia un'occhiata, nella Costituzione. In America, ne avrà sentito parlare, Richard Nixon dovette lasciare la Casa Bianca per un'operazione chiamata Watergate, condotta da giovani cronisti alle dipendenze di quel grande e libero editore che era la signora Katherine Graham, proprietaria della Washington Post. Questa, tra l'altro, viene presentata come televisione di Stato, anche se qualcuno tende a farla di governo, ma è il pubblico che giudica. Nove volte su dieci, controllare, II Fatto è la trasmissione più vista della Rai. Lavoro qui dal 1961 e sono affezionato a questa azienda. Le voglio bene. Ed è la prima volta che un presidente del Consiglio decide il palinsesto, cioè i programmi, e chiede che due giornalisti, Biagi e Santoro, entrino nella categoria dei disoccupati. L'idea poi di cacciare il comico Luttazzi è più da impresario, quale lei è del resto, che da statista. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l'ultima puntata de II Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare al prezzo di certi patteggiamenti.
«Signor presidente Berlusconi, non tocca a lei licenziarmi. Penso che qualcuno mi accuserà di un uso personale del mio programma, ma ho voluto raccontare una storia che va al di là della mia trascurabile persona e che coinvolge un problema fondamentale: quello della libertà di espressione».
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finchè dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano. Considero valore quello che domani non varrà più niente, e quello che oggi vale ancora poco. Considero valore tutte le ferite. Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordarsi di che. Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord, qual’è il nome del vento che sta asciugando il bucato. Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia. Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore. Molti di questi valori non ho conosciuto.
Erri de Luca, Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi (2002)
Una musica che può fare a meno delle note: io la chiamo poesia.
Da "Grande illustrazione del Lombardo-Veneto" a cura di Cesare Cantù e d'altri letterati, Milano, Corona e Caimi Editori, 1858
A fu la luce dell'est, come direbbe Battisti. Non me ne innamorai, questo no. Però fu una passione grande quanto una nazione intera. Fu l'interesse per tutta una terra, che prima non conoscevo affatto. Lei aveva un carattere davvero difficile, e anche difficilmente conciliabile al mio. Infatti per me era una bella amicizia. Tutto qui. Era ciò che andava oltre la sua persona ad interessarmi; la sua cultura nuova e difficile da capire.
Poi c'era una cosa che accomuna molte lettere della mia vita: la volontà di aiutarla in qualche modo. Quasi che io detenessi qualche strano potere, con un effetto positivo sulle persone che mi si avvicinano. Quasi che io fossi una specie di re Mida, che tutto ciò che tocca diventa oro. Invece, fui solo un cretino; ingenuo, sicuramente senza dolo, forse senza colpa, ma comunque un cretino. Lei soffrì molto, e se non fosse che lei ora è felice, starei ancora male pensando a lei.
Samuel
La nebbia che respiro ormai si dirada perché davanti a me un sole quasi bianco sale ad est La luce si diffonde ed io questo odore di funghi faccio mio seguendo il mio ricordo verso est Piccoli stivali e sopra lei una corsa in mezzo al fango e ancora lei poi le sue labbra rosa e infine noi Scusa se non parlo ancora slavo mentre lei che non capiva disse bravo e rotolammo fra sospiri e "da" Poi seduti accanto in un'osteria bevendo un brodo caldo che follia io la sentivo ancora profondamente mia Ma un ramo calpestato ed ecco che ritorno col pensiero. E ascolto te il passo tuo il tuo respiro dietro me A te che sei il mio presente a te la mia mente e come uccelli leggeri fuggon tutti i miei pensieri per lasciar solo posto al tuo viso che come un sole rosso acceso arde per me. Le foglie ancor bagnate lascian fredda la mia mano e più in là un canto di fagiano sale ad est qualcuno grida il nome mio smarrirmi in questo bosco volli io per leggere in silenzio un libro scritto ad est Le mani rosse un poco ruvide la mia bocca nell'abbraccio cercano il seno bianco e morbido tra noi Dimmi perché ridi amore mio proprio così buffo sono io la sua risposta dolce non seppi mai! L'auto che partiva e dietro lei ferma sulla strada lontano ormai lei che rincorreva inutilmente noi Un colpo di fucile ed ecco che ritorno col pensiero e ascolto te il passo tuo il tuo respiro dietro me A te che sei il mio presente a te la mia mente e come uccelli leggeri fuggon tutti i miei pensieri per lasciar solo posto al tuo viso che come un sole rosso acceso arde per me.
La luce dell'est di Lucio Battisti (da Il mio canto libero, Novembre 1972)
Statua di Manuela Arcuri, Porto Cesareo (Lecce), foto di blunight72
Il pezzo di Massimo Gramellini di oggi - non so per quale contorto collegamento - mi ha fa fatto tornare alla mente un terribile momento della scorsa estate: la statua dedicata a Manuela Arcuri. Porto Cesareo è un posto bellissimo. Ancora incantato dalla piacevole brezza della sera e dalle emozionanti passeggiate tra amici, fui tutto d'un tratto colto da un insolito disgusto: Manuela Arcuri scolpita in pietra leccese. Manuela Arcuri. "Simbolo di bellezza e prosperità", diceva la targetta. Manuela Arcuri. Il cui unito merito è la pura e semplice casualità di essere nata "topa".
Ah Massimo, io non mi scandalizzerei tanto per chi non conosce un banalissimo proverbio. Anche se intristisce tanta imbecillità e sfrontatezza, mi preoccupa ancor più la pochezza di certi modelli sociali. La statua a Manuela Arcuri. L'etichetta di attrice a Monica Bellucci. A quando la "velina" candidata a Presidente del Consiglio?
Samuel
Non riesco a togliermi dalla testa il tassista di Lecce intervistato nei giorni scorsi dal Tg3 a proposito della presenza in quella splendida città barocca della non meno splendida e barocca Monica Bellucci. «Si tratta di una delle migliori attrici italiane, però dovrebbe imparare a recitare», esordiva spigliato e senza la minima ambizione ironica il campione della Gente Comune. Poi, evidentemente ancora non sazio, rincarava la dose: «La Bellucci è tutta contorno e niente fumo».
A questo punto vorrei capire dove e quando abbiamo sbagliato. Come sia possibile che un giovane uomo, cresciuto in una nazione che gli ha garantito almeno otto anni di istruzione finanziati dalla collettività, possa mettere il contorno al posto del fumo e il fumo al posto dell’arrosto, non riesca a cogliere l'incongruenza logica fra l’essere una delle migliori attrici (falso) e il non saper recitare (vero), ma soprattutto sia capace di inanellare tali sfondoni dinanzi a una telecamera senza trasudare imbarazzo, neanche una gocciolina. Di quale delle duecento riforme scolastiche susseguitesi nell’ultimo mezzo secolo sarà figlio cotanto cervello? E per quale motivo i nonni del tassista di Lecce, che a differenza del nipote si fermarono probabilmente alla terza elementare, non avrebbero mai pronunciato una castroneria simile? Alla prima domanda, l’unica risposta credibile è: tutte. Alla seconda, che magari i nonni erano quasi ignoranti come lui, ma non se ne vantavano ancora. Avevano troppo rispetto e timore delle parole per pattinarvi sopra con sciagurata disinvoltura.
Finalmente! Finalmente un blog di cui nessuno sentiva il bisogno. Un blog sostanzialmente uguale a tanti altri e dunque splendidamente inutile. Dove, come nei vecchi diari adolescenziali, si scriverà "tvtb", si appiccicheranno le foto dei cantanti e ci si parlerà addosso nella segreta speranza di essere letti e capiti.
Un blog che non salverà il mondo, che non farà controinformazione e che dunque attraverserà trionfalmente la linea d'ombra del nulla. Sarà però un nulla saporito, spiazzante, anticonformista ma anche antiurico ed anticoncezionale.
Si parlerà di tutto e del suo contrario, della rava e della fava tenendo d'occhio i due piccioni ma non trascurando nemmeno capra e cavoli. Sarà il vostro nuovo faro nel mare tempestoso dell'umanità, un nuovo e disincantato paradigma, non importa quanto vero ma convincente a sufficienza da diventare il vostro bispensiero, la vostra verità nascosta da sfoderare al tempo opportuno.
Ed anche se leggendolo vi suonerà vuoto o dovesse lasciarvi in bocca l'amaro retrogusto della banalità, siate indulgenti e un attimo prima di sollevare il telone che smaschera l'ipocrisia fermatevi a pensare a noi, e a cosa abbiamo dovuto inventarci per sentirci più amici e meno soli.
Autori
Alberto
Alberto nasce a Torino. La documentazione non consente
di risalire con certezza ad una data che in ogni caso
si perde nella notte dei tempi...
Andrea nasce nei primi anni '80 nel cuore della provincia
rurale torinese. Passa la sua infanzia serenamente,
correndo tra campi di peperoni e di asparagi...
Samuel nasce in una ridente e amena località della provincia torinese al
volgere degli indimenticabili anni '70. Mentre apre gli occhietti, emanando
il primo vagito, vede i radiosi e totalizzanti idealismi di quegli anni...