venerdì 27 aprile 2007

Elle


Liz Ferrin che guarda dal finestrino del treno

Leggeva Elle.

Il sole primaverile trapassava l’opaca superficie del finestrino producendo il riflesso della pagina sul vetro, lei poteva avere vent'anni.

Giovane ma non per questo spensierata, anzi vigile. Al mio ingresso nella carrozza mi aveva dedicato un’occhiata indagatoria quanto discreta per poi, dopo essersi rassicurata sulla mia inoffensività, immergersi nuovamente nella lettura della rubrica di moda della rivista.

In aprile la radiazione luminosa di primavera ha qualcosa di particolare, è un peccato che, arrivata la sera, il sole sia costretto a tramontare. Si effonde una luce inconsueta, quella della quale un abile pubblicitario si potrebbe voler servire per far apparire ogni cosa, anche un semplice filo d'erba, nella sua parvenza migliore.

La campagna, che alterna con gusto cromatico campi arati a prati accesi di un verde brillante, casupole isolate e fatiscenti a masserie di nobili origini, scorre veloce sotto i binari del treno lanciato all’inseguimento della prossima stazione. Qualcosa nell'aria che si respira rende tutto più interessante, si scopre addirittura di aver sempre visto e di non aver mai guardato i cavi dell’alta tensione, abbandonati tra le braccia di quei mostri di lamiera protesi verso l’alto, presuntuosi e arroganti come invadenti visitatori insinuatisi in un contesto che a loro non appartiene. La luce della primavera illumina prima di tutto gli animi.

Rimane invece oscura la ragione per la quale identità sconosciute, incontrate per caso in una carrozza di un regionale, al tavolino di un bar, ad una fermata d’autobus o nella sala d’aspetto d’un dottore, riescano a diventare inconsapevolmente motivo di ispirazione, oggetto di osservazione e di divertita contemplazione.

Un fischio lungo e nostalgico come una voce che viene dal passato, il treno inizia a rallentare, il paesaggio si fa più urbano, al posto delle casupole villette a schiera bianche intonacate da poco, un minuto di attesa ed ecco la stazione, signori si scende.

Il giornale appoggiato sulle ginocchia, il capo reclinato sul poggiatesta, gli occhi chiusi in un’espressione distesa e soddisfatta.
Le labbra che si sfiorano.
Non leggeva più.

Sognava.

2 commenti:

Samuel ha detto...

Quando scrivi queste cose, Andrea, sono orgoglioso di esserti amico...
;-)

Anonimo ha detto...

Io non so chi siate voi tre. Lo sto imparando solo adesso, cercandovi tra le righe, le virgole, le sillabe. Io non so chi siate voi. E, forse, non so neppure bene chi sono io. Ma so che mi piacete molto. E vi leggerò con passione e curiosità.
A presto

Emanuela